Uno dei motivi, e forse quello più incidente, del calo della produttività è la crescita generalizzata della complessità, generata a sua volta da cause diverse:
La complessità è così salita nella classifica dei problemi più importanti da affrontare.
La parola d’ordine è “semplicità”, naturalmente senza cadere nel semplicismo. Come ci si arriva?
Innanzitutto evitando di cadere nella trappola che molte imprese si sono costruite da sole negli anni: quel “labirinto organizzativo” divenuto col passare del tempo sempre più grande ed intricato. E, come in tutti i labirinti, chi entra si perde o procede con lentezza per non sbagliare strada.
L’attenzione eccessiva alla struttura e alle matrici da applicare, il passaggio al performance management e la conseguente misurazione di tutto per evitare l’errore e catturarlo là dove viene compiuto hanno frammentato e moltiplicato i ruoli, introducendo mentalità che, come effetto, hanno contribuito a frenare il cammino dell’impresa. Il labirinto organizzativo porta a sprecare dal 40 all’80% del tempo gestionale danneggiando la performance.
Prima di dare una risposta, occorre rendersi conto di un altro fenomeno significativo: esiste una generalizzata crisi del lavoro che vede aumentare la demotivazione.
I dipendenti si sentono sempre più insoddisfatti e cresce “il disimpegno attivo”, categoria che raggruppa quei lavoratori che, frustrati, influiscono sui colleghi demotivandoli con argomenti sull’impossibilità di compiere il lavoro richiesto dall’azienda.
In alcuni settori, si è calcolato, un lavoratore su 3 opera “contro” gli interessi dell’azienda in cui lavora. Decrescita della produttività e insoddisfazione hanno una correlazione che suggerisce una prima indicazione positiva: occorre educare i manager a motivare i collaboratori.
Agire sul fattore umano rimuovendo le cause dell’insoddisfazione, porta a migliorare la performance e a rafforzare la motivazione.
I concetti chiave sono due: la semplificazione, che si realizza stimolando al meglio l’intelligenza delle persone, e la cooperazione, che nei rapporti diretti moltiplica il coinvolgimento nel lavoro e sugli obiettivi, fa leva sulla fiducia reciproca, trae dalle capacità individuali quel valore aggiunto che l’applicazione burocratica delle regole tende a soffocare.
La cooperazione fa squadra, sprona lo spirito del team, risveglia l’intelligenza creativa, restituisce efficienza e ristabilisce efficacia alle scelte. La cooperazione diventa la leva per invertire la rotta in cui si trova il mondo delle imprese frenate nell’applicazione delle loro strategie, anche quando giuste e corrette.
Alla obiezione che la cooperazione sfugge alla misurazione e non permette di valutarne i successi, si deve ammettere la impossibilità, talune volte, di misurare realmente cosa viene fatto. La misurazione, pur apparendo uno strumento chiaro e facilmente applicabile, nella dinamica dell’impresa costituisce un formidabile ostacolo allo sviluppo della cooperazione (e favorisce logiche individualistiche a scapito di quelle aziendali). Addirittura si può affermare che più cresce la collaborazione, più diminuisce la possibilità di misurazione perché nel team intervengono interazioni personali e contributi che sfuggono a una quantificazione.
Di certo si assiste a un fatto: dove c’è cooperazione la differenza si vede nel risultato.
Quali sono allora le “regole di semplicità” che riducono la complicatezza, consentono di affrontare meglio la complessità, restituiscono capacità produttiva e creano una cultura del lavoro positiva in azienda?