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Human Organization

Leadership, quanti “leader” sanno esercitarla?

Leader si diventa.
Costruire una solida leadership.

Leadership e il leader che la esercita. Un dono, o il frutto di conoscenza e di allenamento. Lo spunto viene da un articolo di Roberto Perrone sul Corriere dello Sport, ripreso poi dal Napolista, che dimostra come sia un tema trasversale a ogni settore del business. Negli articoli si fa riferimento alle vicende dell’attaccante argentino dell’Inter Mauro Icardi: 

“La vicenda dell’attaccante argentino  ha un che di schizofrenico. L’Italia prima esalta e asseconda i campioni, poi li abbandona.”. 

All’interno degli articoli emerge come la mancanza di leadership nell’organizzazione abbia finito con il depauperare il valore del calciatore.

Mi sono venuti subito alla mente quegli imprenditori e quei manager che incontro durante la mia attività di consulente e coach. Spesso mi chiedono perché la tal risorsa, assunta da pochi mesi e con un curriculum impeccabile, stia performando ben al di sotto delle aspettative.

Ovviamente l’imprenditore, o il manager, la croce la buttano sul neo assunto che a loro dire non vale. In verità come spesso accade il problema sta più in alto. Normalmente è il leader che fa un cattivo uso della leadership, ossia mette in evidenza una fondamentale ignoranza dei meccanismi di quest’ultima.

Leadership, un esempio. Cosa fa il leader, specialmente nella piccola e media impresa, quando assume una risorsa?

Di norma le cose vanno più o meno così. Il leader, imprenditore o manager, cerca il bravo collaboratore, meglio se viene dal settore, o addirittura dal competitor. Fa un po di indagine attraverso la rete di conoscenti, valuta i risultati ottenuti e assume la persona. Una volta assunto, siccome è” bravo e sa come svolgere il compito” lo butta nella mischia e attende che i risultati arrivino. Quando va bene, per il povero malcapitato, è previsto un breve periodo di formazione, generalmente mal pianificato e per lo più disatteso. Manca qualche cosa? Si, ma certo, manca la conduzione del collaboratore, ossia come viene gestito dal proprio manager o dall’imprenditore stesso. Qui comincia il problema ed è a questo livello che emergono tutti i “miti”, i limiti e le lacune nella leadership aziendale.

Leader si nasce, o si diventa? 

Il mito secondo cui “leader si nasce” diciamolo subito è una sciocchezza che ci raccontiamo. La leadership la si apprende nel corso della nostra esistenza, dopo errori, insuccessi e qualche successo. Quando diveniamo autorevoli, ossia leader, se esercitiamo la nostra leadership dobbiamo imparare come applicarla. In questo ultimo aspetto si nascondono i limiti e le lacune, perché è qui che facciamo più fatica. Spesso né l’imprenditore né il manager credono di dover imparare, ma si sbagliano di grosso.

Leader, quali gli aspetti da “coltivare”?

Le caratteristiche che permettono al leader di costruire una leadership solida sono più d’una. Quelle più significative sono sicuramente:

  • etica e trasparenza con i propri collaboratori, comunicando in modo chiaro obiettivi sensati, ossia raggiungibili, e risultati;
  • la capacità di trasferire chiaramente le linea guida verso il successo, ossia una chiara visione del “dove andare”;
  • promuovere la cultura della condivisione, favorire la creazione di relazioni virtuose e utili alla produttività;
  • essere capaci di guardare avanti ed essere pronti a cambiare idea, accettare le sconfitte e rimettersi in gioco;
  • mostrare ai propri collaboratori una concreta attenzione verso il loro percorso di sviluppo, ossia essere sinceramente interessati alla crescita delle proprie risorse.

Leadership, che cos’è.

Partiamo dal significato letterale. Leadership deriva dal verbo inglese “to lead” che significa condurre. Condurre deriva dal latino “con ducere” che significa “guidare insieme”.

Quindi è leader chi con la propria azione e il proprio comportamento coinvolge e guida motivando i collaboratori attivamente, consapevolmente, emotivamente. Un Leader non demanda, non comanda e non procrastina, ma “guida insieme”  e ha la responsabilità, oltre che dei risultati, della crescita dei collaboratori. 

Esiste un modo giusto per il leader di esercitare la leadership?

La risposta è no, perché esistono differenti stili di leadership. Questi, per semplificare. li possiamo raggruppare in due categorie, o due modalità comportamentali.

  • Direttivo

  È quello che il leader adotta per organizzare e definire: il ruolo del collaboratore; spiegare quali attività deve svolgere e quando; come e dove portare a termine i compiti assegnati.

  • Relazionale

  È quello che il leader adotta per gestire: i rapporti personali con il collaboratore, aprendo canali di comunicazione; offrendo sostegno socio emotivo, gratificazioni psicologiche e assumendo       comportamenti agevolanti.

La combinazione delle due modalità comportamentali richiede al leader l’utilizzo di differenti competenze:

  • organizzative
  • comunicative
  • relazionali
  • gestionali
  • negoziali

Quindi nella gestione dell’intera organizzazione, o di un team, è la combinazione delle due modalità comportamentali a definire azioni e competenze che il leader deve utilizzare. Azioni e competenze che dovranno essere adeguate:

  • al contesto che in quel momento specifico si determina;
  • alla maturità professionale dei collaboratori coinvolti.

Le azioni derivano dall’esperienza, le competenze dalla conoscenza. Ecco perché leader si diventa e non si nasce.

Per concludere dietro il concetto di leadership c’è la consapevolezza di non poter insegnare nulla se prima non si è maestri di vita. La capacità di guidare, facendo crescere chi conduciamo, mediante la nostra esperienza. La coerenza nel trasformare il pensiero in parole e queste in fatti. 

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Pubblicato in data 18 luglio 2019

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